Una riflessione sulla mostra di Cristina Mittermeier applicata al progetto
L’enoughness, in interior design, è il criterio progettuale che stabilisce quanto spazio, quanti materiali e quanti arredi servono davvero per garantire la qualità dell’abitare, senza trasformare l’eccesso in valore. Il termine enoughness è al centro della riflessione della fotografa e biologa marina Cristina Mittermeier e non coincide con il minimalismo: una casa può essere ricca di oggetti, colori e memoria ed essere comunque misurata. La differenza sta nel rapporto tra ogni elemento e il modo in cui le persone vivono. L’enoughness si allinea alla distinzione che l’IPCC, nel Sesto Rapporto di valutazione, traccia tra efficienza e sufficienza: non solo ottenere lo stesso risultato con meno risorse, ma chiedersi di quanta superficie, energia e materia serva per raggiungere una determinata qualità di vita. Nella pratica, applicare l’enoughness significa riusare ciò che esiste, rendere gli spazi multifunzionali, progettare case capaci di cambiare nel tempo e spendere il budget dove produce valore reale. Non spendere meno, ma spendere meglio.
“Che cosa è abbastanza? Quanto basta per vivere bene ed essere sereni. Quanto basta perché i nostri bambini e nipoti trovino la felicità. Più proviamo a dare una risposta a questa ingarbugliata domanda, più ci rendiamo conto di quanto l’essere umano sia indissolubilmente legato a ogni altra forma di vita sulla Terra. In quanto individui immersi in un ecosistema globale, l’onda d’urto dell’impatto che le nostre azioni hanno sul mondo si estende molto oltre le nostre singole esistenze.”
Ho avuto modo di visitare la mostra “La Grande Saggezza”, allestita a Brescia nello spazio espositivo del Grande Miglio in Castello, e, al di là della bellezza degli scatti fotografici legati ad ambienti, persone e animali, il concetto che emerge è proprio quello dell’enoughness. Ed è stato inevitabile che il mio pensiero andasse subito alla mia professione di progettista. Potremmo parlare di sufficienza, di misura, di ciò che è abbastanza. Ma nessuna di queste parole restituisce completamente la domanda che contiene.
Quanto ci serve per vivere bene?
È una domanda che riguarda il pianeta, il consumo delle risorse e il nostro rapporto con gli altri esseri viventi. Ma riguarda anche qualcosa di molto più vicino a noi: il modo in cui costruiamo, arrediamo e trasformiamo le nostre case. Quando entriamo nel territorio dell’interior design, la domanda diventa improvvisamente molto concreta.
Quanto spazio ci serve davvero? Quanti materiali? Quanti arredi? Quanto è necessario spendere? E, soprattutto, dove finisce ciò che migliora realmente la qualità dell’abitare e comincia invece ciò che aggiungiamo semplicemente perché possiamo permettercelo? Nella progettazione degli interni, l’enoughness significa quindi progettare lo spazio, i materiali e gli oggetti necessari a garantire qualità dell’abitare senza trasformare l’eccesso in valore.
“Abbastanza” non significa avere poco
Il primo equivoco da evitare è pensare che l’enoughness coincida con il minimalismo. Il minimalismo è inteso dai più come stile e non come forma di pensiero.
Enoughness e minimalismo, però, non sono la stessa cosa. Non significa vivere in una casa vuota, rinunciare alla bellezza o considerare il desiderio di possedere qualcosa come una colpa. Una casa può essere ricca di oggetti, materiali, colori e memoria e continuare a essere perfettamente misurata.
La questione è un’altra: ogni cosa che introduciamo dovrebbe avere una relazione sensata con il modo in cui viviamo.
Una casa non diventa migliore semplicemente perché contiene più cose. Un materiale non diventa più adatto perché costa di più. Una superficie più grande non produce automaticamente maggiore comfort.
Avevo già parlato nel 2018 del concetto scandinavo di Lagom, in questo articolo dedicato al minimalismo oltre i luoghi comuni, e di come il “né troppo né troppo poco” possa rappresentare una chiave interessante per una buona qualità della vita. Il contrario dell’eccesso, infatti, non è la povertà ma è la misura.
Questa distinzione è importante anche perché la ricerca sulla sostenibilità degli edifici sta progressivamente spostando l’attenzione dal solo tema dell’efficienza a quello della sufficienza.
L’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, distingue infatti le strategie di efficienza da quelle di “sufficiency”: non soltanto ottenere lo stesso risultato consumando meno risorse, ma interrogarsi anche sulla quantità di spazio, energia e materiali effettivamente necessaria per raggiungere una determinata qualità di vita. Applicata all’abitare, è una domanda tutt’altro che teorica.
La casa contemporanea tende ad aggiungere
Quando progettiamo una casa partiamo spesso dalla lista dei desideri. I desideri sono leciti. Io li difendo sempre a spada tratta, perché senza desiderio non si va da nessuna parte.
Però spesso questi desideri coincidono con visioni materialiste: una cucina più grande, un bagno in più, una cabina armadio, una parete attrezzata, un’isola, e così via. Per carità, molte di queste richieste possono essere assolutamente sensate. Il punto è che raramente ci chiediamo che cosa potrebbe essere eliminato.
Insomma, per tutti è più facile aggiungere che togliere. E i nostri armadi questo lo sanno benissimo. Aggiungere un mobile sembra un miglioramento. Aggiungere un materiale sembra una scelta più ricercata. Aggiungere una lavorazione sembra aumentare il valore del progetto.
Ma esiste un momento nel quale l’aggiunta smette di migliorare lo spazio. Da quel momento in poi produce soltanto maggiore consumo, maggiore complessità o maggiore costo. È proprio qui che il concetto di enoughness diventa interessante per l’interior design.
Progettare bene non significa riuscire a inserire tutto ciò che il cliente desidera. Significa capire quali desideri meritano di diventare spazio, materia e denaro.
Di quanto abbiamo davvero bisogno?
È una domanda che il cliente dovrebbe porsi, naturalmente. Ma non soltanto il cliente. Ed è qui che la questione diventa più “scomoda”.
Perché l’architetto e l’interior designer non sono semplici interpreti dei desideri del committente. Attraverso le loro decisioni contribuiscono a determinare quanto materiale verrà utilizzato, quanto spazio verrà occupato, cosa verrà demolito, cosa verrà conservato e quanto denaro verrà investito.
Il progettista può quindi fare due cose molto diverse. Può assecondare la logica secondo la quale un progetto di maggiore valore debba necessariamente contenere più lavorazioni, più materiali preziosi e più soluzioni personalizzate. Oppure può assumersi la responsabilità di stabilire delle priorità.
La seconda strada richiede probabilmente più progettazione, non meno. Perché dire “questo non serve” è spesso più difficile che trovare una soluzione per inserirlo.
Un progetto costoso non è necessariamente un progetto migliore
Nel mondo dell’interior design esiste una tentazione piuttosto evidente: confondere il valore del progetto con il valore economico di ciò che contiene. Marmi pregiati, essenze rare, pietre particolari, falegnamerie complesse, rubinetterie costose e finiture sofisticate possono certamente avere un ruolo importante in un progetto.
Il problema nasce quando il loro prezzo diventa il principale argomento per dimostrarne la qualità. Un materiale costoso può essere straordinario nel posto giusto e completamente inutile in quello sbagliato. Una lavorazione artigianale può essere indispensabile per risolvere un problema specifico oppure diventare soltanto un esercizio di virtuosismo.
Spendere di più non significa automaticamente progettare meglio.
Un buon progetto dovrebbe invece aiutare a capire dove vale davvero la pena investire. Potremmo spendere molto per una superficie che tocchiamo ogni giorno e pochissimo per un elemento che osserviamo soltanto occasionalmente. Potremmo scegliere un materiale particolarmente resistente in una zona sottoposta a forte usura e una soluzione molto più semplice dove le prestazioni richieste sono minime.
La qualità del progetto sta anche nella distribuzione delle risorse e non nella loro quantità. Questa logica diventa ancora più importante se consideriamo la scala complessiva del settore delle costruzioni.
Secondo il più recente rapporto UNEP sul settore degli edifici e delle costruzioni, edifici e costruzioni rappresentano circa il 37% delle emissioni globali di CO2 e quasi il 50% dell’estrazione globale di materiali.
In questo scenario, parlare di sufficienza non significa quindi introdurre una nuova parola alla moda nel vocabolario dell’interior design. Significa interrogarsi sulla quantità di materia, spazio e risorse che decidiamo di trasformare per costruire la qualità dell’abitare.
Il vero lusso potrebbe essere la precisione
Forse è proprio qui che l’enoughness può incontrare il concetto contemporaneo di lusso. Per molto tempo il lusso è stato associato all’abbondanza: più superficie, più materiali, più esclusività, più personalizzazione. Ma possiamo immaginare un’altra forma di lusso.
Una casa nella quale tutto ciò che c’è è stato scelto con attenzione. Una casa nella quale non occorre aggiungere qualcosa per dimostrare che il progetto è costato molto.
Un’abitazione nella quale il materiale prezioso viene utilizzato proprio perché serve a creare una determinata esperienza, non semplicemente perché è prezioso.
Il lusso, in questo senso, diventa una questione di precisione e attenzione alle reali esigenze.
Avere esattamente ciò che serve, nel posto giusto, nella quantità giusta e con una qualità coerente con l’uso. È una logica che appartiene alla progettazione degli interni ben prima che alla scelta dei materiali.
Progettare significa anche decidere cosa non mettere
Questa è forse una delle parti meno visibili del lavoro dell’architetto, ma è quella che ricordo sempre a tutti. Il progetto finito mostra ciò che è stato costruito.
Molto più difficilmente mostra tutto quello che è stato deciso di non fare. Eppure quelle rinunce possono essere determinanti.
Una parete che non viene costruita a tutti i costi o un ambiente che assume due funzioni invece di una.
Un mobile esistente che viene mantenuto. Una finitura che viene eliminata perché ridondante. La sufficienza, in questo senso, non è una sottrazione fine a se stessa, ma è la progettazione delle priorità.
Anche l’IPCC, parlando di sufficienza nel settore degli edifici, indica strategie come il riuso dell’esistente, la multifunzionalità degli spazi, l’adattabilità degli edifici e un dimensionamento più coerente con le esigenze reali. Sono concetti che hanno una conseguenza molto concreta nell’interior design: prima di chiedersi quale nuovo elemento introdurre, conviene verificare quanto possiamo ottenere da ciò che già esiste.
È anche uno dei principi che considero centrali nella mia metodologia progettuale: capire che cosa ha ancora valore, che cosa può essere trasformato e dove invece un intervento radicale è realmente necessario.
Una casa deve poter cambiare
Il tempo non è mai “abbastanza”. Siamo sempre di corsa, spesso in affanno, e non ci rendiamo conto di quanto corra veloce: un progetto di casa affrettato invecchierà ben prima di noi.
Una casa non viene progettata per essere abitata soltanto nel giorno in cui viene fotografata. Perché cambiano le persone, cambiano le abitudini e cambiano le esigenze familiari. Quanto ci sembrava assolutamente imprescindibile un tempo, oggi probabilmente non ci interessa nemmeno più.
Una stanza che oggi è uno studio potrebbe diventare domani una camera per un figlio. Un soggiorno può dover accogliere nuove funzioni o semplicemente un arredo può essere trasferito in un altro ambiente. Una coppia può avere esigenze molto diverse a distanza di dieci o vent’anni. Per questo la durata dovrebbe essere considerata una qualità progettuale.
Non soltanto la durata fisica di un materiale, ma la capacità dello spazio di rimanere utile mentre cambiano le persone che lo abitano.
Una casa che deve essere completamente rifatta ogni volta che cambia una fase della vita non è necessariamente una casa ben progettata. La vera sostenibilità, in questo caso, può essere molto meno spettacolare di un materiale dichiarato ecologico. Può consistere semplicemente nel fatto che non abbiamo bisogno di sostituirlo.
È un principio che torna anche quando si affronta la progettazione di una casa da zero: pensare non soltanto a come apparirà una casa quando sarà terminata, ma alla sua capacità di adattarsi nel tempo.
Quanto basta anche al progettista?
Alla fine, l’enoughness pone una domanda che riguarda direttamente chi progetta. Quanto basta al progettista? Quanto basta per poter considerare concluso un progetto?
È sufficiente che il cliente sia disposto a pagare una determinata soluzione perché quella soluzione debba essere proposta?
Un budget deve essere valutato in modo coerente, distribuendo i vantaggi non solo sulla scelta di materiali più o meno pregiati, in base al loro costo, ma considerando anche scelte progettuali che risolvano davvero le criticità riscontrate. Quindi è lecito chiedersi se sia davvero necessario utilizzare un materiale pregiato quando un altro materiale, meno costoso e più semplice, raggiungerebbe lo stesso risultato.
È necessario sostituire ciò che esiste oppure possiamo trasformarlo? È necessario progettare una funzione per ogni stanza oppure alcuni spazi possono essere condivisi?
Certo che sono domande “scomode”, perché obbligano il progettista a uscire dalla logica del “possiamo farlo” per entrare in quella del “ha senso farlo?”.
Un progetto ha senso compiuto quando le due cose coincidono. Un buon progetto non dovrebbe dimostrare quanto l’architetto è capace di fare, ma quanto è stato capace di scegliere.
Non spendere meno. Spendere meglio.
“Il giusto” non significa che una casa progettata secondo il principio dell’enoughness debba necessariamente costare poco. È un’altra semplificazione da evitare e che nulla ha a che fare con il concetto della buona progettazione: andare “al risparmio” di solito fa solo danni.
Spendere somme anche considerevoli e, al contempo, spendere bene può sembrare un controsenso, ma non lo è. Una cucina utilizzata intensamente ogni giorno può giustificare un investimento importante. Un pavimento destinato a durare decenni può meritare un materiale di qualità superiore.
Una falegnameria su misura può risolvere un problema che nessun prodotto standard riuscirebbe a risolvere altrettanto bene.
Il punto quindi non è abbassare il budget, ma evitare che il budget venga utilizzato per acquistare quantità quando sarebbe più utile acquistare qualità.
In fondo, progettare significa anche questo: trasformare una somma di denaro in una determinata qualità dello spazio. E il compito del progettista dovrebbe essere aiutare il cliente a capire dove quella trasformazione produce davvero valore.
L’abbastanza come criterio progettuale
Forse il concetto di enoughness può diventare una delle domande più utili da portare dentro una ristrutturazione. Partendo dalla disponibilità del progettista a dire al proprio cliente che una certa soluzione, anche se bella, costosa e perfettamente realizzabile, semplicemente non serve.
Forse “abbastanza” non è il punto nel quale smettiamo di desiderare, ma è il punto nel quale impariamo a distinguere ciò che desideriamo da ciò che ci serve davvero. E, quando si progetta una casa, questa distinzione può essere una delle forme più concrete di responsabilità.
Perché una casa ben progettata non è quella nella quale siamo riusciti a mettere tutto. È quella nella quale ogni cosa che abbiamo scelto di mettere ha una ragione.
E forse è proprio questa la domanda che dovremmo portare con noi quando iniziamo a progettare una casa: quanto basta? Non per avere meno. Per abitare meglio.
Dove inizia il vero progetto
Se stai pensando di ristrutturare, ripensare gli interni della tua casa o semplicemente vuoi capire quali interventi abbiano davvero senso prima di investire tempo e denaro, possiamo partire proprio da questa domanda.
La mia consulenza di interior design può servire anche a questo: stabilire priorità, verificare alternative e trasformare desideri, budget e necessità in un progetto coerente.
m.s.
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